Barzellettiamo- Di cosa ridono gli italiani!

Si dice che il riso sia un linguaggio universale contagioso e che non abbia bisogno di parole; tutti gli uomini ridono e la prima cosa da ricordare parlando di umorismo è che i bambini ancor prima di parlare, ridono.
Sono sempre stata affascinata dall’umorismo e ho sempre cercato di usarlo per motivare i miei studenti, convinta che imparando in modo divertente, piacevole e allegro, non solo s’impari più facilmente ma si ottengano anche risultati migliori e duraturi.
Ammetto, però, di non essermi mai interessata in modo serio a umorismo, comicità e barzellette fino a che mia figlia Vittoria non entrò nella fase delle “storielle divertenti”.
Durante i frequenti viaggi che dall’Austria ci portavano in Italia Viki, all’età di circa quattro anni, cominciò ad appassionarsi alle storielle divertenti, beh…ad essere sincera erano divertenti per lei, ma proprio questo era il punto!
Mamma adesso ti racconto una barzelletta!” e dopo tali parole iniziava una storiella piuttosto complicata e strana che raramente, però, si dimostrava divertente, lei ci rideva come una matta e pretendeva naturalmente che da bravi genitori anche noi ridessimo insieme a lei, l’unico che era dispensato da tale dovere era suo fratello Giovanni di sei mesi, che era invece il primo a ridersela di gusto guardando il volto divertito della sorella.

Mamma perché non ridi?”…ecco lo so, sono una madre snaturata, ma dopo due ore di storielle e rompicapi di solito, la mia capacità di fingere finiva e così cercavo con tatto e gentilezza di dirle che non ridevo perché quella che aveva raccontato non era una vera barzelletta e che, anche se le volevo tanto bene, non la trovavo molto divertente.
Il problema dell’essere sinceri coi bambini, non è di offenderli, Vittoria infatti non ne ha risentito per nulla, no, il vero problema è che si innesca una catena di domande per le quali molto spesso, non si ha risposta, tipo: cos’è una barzelletta mamma? Come s’inventa una barzelletta che faccia ridere? Che cosa fa ridere?
Queste domande mi hanno portata ad interessarmi in modo più serio all’argomento, ma soprattutto mi ha incuriosito la possibilità di poter usare l’umorismo a scopo didattico, ma come?
Intanto va detto che le barzellette in realtà non s’inventano, ma fanno parte del folklore, un po’ come le favole o le leggende metropolitane, le barzellette si evolvono e non hanno un vero autore ufficiale, quelle veramente nuove sono rarissime.
Ma perché ridiamo?
Ridere è un impulso incontrollabile che scaturisce dalle aree più antiche del nostro cervello, ridiamo perché scopriamo qualcosa di incongruo nella realtà che ci circonda, ridiamo con malizia cogliendo un doppio senso o uno strafalcione
linguistico, ridiamo di quello che ci fa paura e facendolo cerchiamo così di esorcizzare e sdrammatizzare ciò che ci angustia o le nostre sfortune.
Lo “Humor nero” prende di mira temi come morte, malattia, incidenti e catastrofi e ci spinge pur se con un sorriso ad affrontare e riflettere su temi importanti ma opprimenti che preferiremmo dimenticare.
Ridere delle disavventure di chi sta peggio di noi ci fa sentire più fortunati ed intelligenti, molte volte è proprio il danno altrui a provocarci gioia e a suscitare in noi una risata, provate pensare a programmi come Paperissima, Candid Camera, o Mai dire Banzai.
Esistono molti tipi di umorismo: il “non sense” che si basa su giochi di parole che sovvertono il senso della frase, la confusione creata ci porta a ridere sulla differenza tra vero e falso; ”l’autoironia” ci porta a ridere di noi stessi cogliendo le nostre debolezze e assicurandoci la simpatia altrui; il “grottesco” si
basa su una distorsione della realtà un po’ come avviene nelle caricature,  esagerando e deformando ridiamo della diversità tra il reale e quello che ci troviamo di fronte al naso; nel “surreale” è l’assurdo a creare ilarità, il ridicolo e l’esagerazione anche di aspetti reali e quotidiani ci fanno vedere il conosciuto sotto un aspetto completamente diverso.


Ma se è vero che tutti ridiamo, è anche vero che non tutti ridiamo delle stesse cose e che se l’umorismo è un linguaggio universale, ogni popolo lo declina in un modo diverso ossia lo usa con accenti diversi.
A scatenare l’ilarità sono temi diversi in ogni paese, l’umorismo, infatti, è fortemente influenzato dalla cultura, dalla storia e dalla lingua dei popoli, pensate che nelle barzellette italiane la categoria maggiormente presa di mira è quella dei “carabinieri”, mentre negli Stati Uniti sono le barzellette sugli avvocati le più gettonate.

In Inghilterra l’umorismo è colto, freddo e tagliente, fa uso di sofisticati giochi di parole ma è assolutamente poco incline alla volgarità. A essere prese di mira sono molto spesso le differenze tra gli strati sociali della popolazione, argomento invece tabù negli Stati Uniti.
Negli Stati Uniti va per la maggiore l’umorismo ebraico alla Woody Allen e un’ironia giocosa e leggera.
In Australia si ride di giochi di parole e di barzellette a sfondo sessuale e maschilista, altro argomento che invece negli Stati Uniti viene decisamente
evitato.
Il Canada ride dei piccoli e grandi guai quotidiani in ambito familiare e delle biondine.
I russi ridono di politica.
I popoli germanici ridono un po’ di tutto, mentre i popoli scandinavi prendono di mira la famiglia, i bambini e i rapporti di vicinato.
I popoli neolatini ridono anche di quello che per altri è tabù, sesso e morte non vengono risparmiati ed in Francia non sono poche le barzellette su corna ed adulteri, mentre in genere sono pochissime le barzellette autoironiche, cavallo di battaglia degli italiani (Eh sì! Di difetti ne abbiamo tanti, ma sappiamo riderci sopra!”).
I giapponesi prediligono un umorismo recitato e narrativo, le loro barzellette sono vere e proprie storielle.
In Cina le barzellette hanno molto spesso un fine morale ed evitano a tutto tondo l’argomento “politica”.
In Africa vengono presi di mira i rapporti familiari.
L’umorismo etnico è quello che vede come attori principali due popoli confinanti e non proprio “amici”, si basa su stereotipi e luoghi comuni, sono famose le barzellette degli inglesi contro gli irlandesi, dei francesi sui belgi, degli svedesi sui finlandesi, degli argentini contro i cileni, dei russi contro gli ucraini e degli italiani contro francesi, inglesi e tedeschi.


Pensate in merito a queste ultime alle strisce satiriche di Sturmtruppen, impensabili in Germania in cui gli argomenti nazismo e terzo Reich sono più che tabù.
E sì perché se nei vari paesi ci sono temi che tornano con frequenza nelle barzellette ci sono anche temi tabù che non vanno assolutamente toccati.
In Germania non si scherza su nazismo, guerra mondiale ed ebrei.
In Inghilterra la volgarità non fa ridere.
In Russia si scherza su tutto ma sui temi di “famiglia” meglio andarci piano.
Negli Stati Uniti è meglio evitare le battute a sfondo esplicitamente sessuale o quelle che riguardino le differenze tra etnie e minoranze.
In Giappone sono da evitare le battute sessuali e scurrili e quelle che hanno per tema la guerra mondiale e le bombe.
In Cina guai a scherzare di politica.
Nei paesi arabi sono tabù cacca, pipì e sesso, ma è meglio anche evitare temi religiosi e politici.

In Italia un tempo era meglio non scherzare su religione e santi, ma direi che oggi la società sta cambiando e la laicizzazione avanzante ha come risvolto la nascita di molte barzellette che prendono di mira santi, preti e Dio.
Gli italiani di per sé ridono di tutto e così potete trovare barzellette che prendono in giro i bambini, i rapporti coniugali, il sesso, i politici, i vicini e gli amici, le forze dell’ordine (in particolare i carabinieri), le biondine, la religione, la scuola e i professori.
A proposito di scuola sono famosissime le barzellette che hanno come protagonista il mitico Pierino, un personaggio tradizionale che viene descritto come un ragazzino impertinente, chiassoso e pasticcione, scostumato, scurrile e molto ignorante.
Questo ragazzino impertinente lo ritroviamo nelle barzellette di molti altri paesi, anche se con un nome diverso:
Albania: Nastradini

Armenia: Vartanik
Brasile: Joãozinho (diminutivo di João) o Juquinha
Bulgaria: Ivancho
Rep. Ceca: Pepíček (diminutivo di Pepa, a sua volta diminutivo di Josef)
Croazia: Ivica o Perica
Estonia: Juku
Finlandia: Pikku-Kalle
Francia: Toto (Blague de Toto)
Germania: Fritzchen
Grecia: Totos
Kosovo: Hasa & Husa
India: Shubodh Balok (Bengalese) o Suresh (Hindi) o Tintumon (Malayalam)
Lituania: Petriukas
Lussemburgo: Pitti
Messico: Pepito
Paesi Bassi: Jantje, uno stereotipo del bambino olandese medio, diminutivo di Jan
Polonia: Jaś (anche Jasio o Jasiu - tutti diminutivi di Jan)
Perù: Jaimito
Regno Unito: Little Johnny
Romania: Bulă
Russia: Wowotschka (Вовочка)
Serbia: Perica
Spagna: Jaimito
Slovenia: Janezek
Sudafrica: Jannie
Turchia: Temel
Ungheria: Móricka
Stati Uniti: Johnny

Un altro pregiudizio che ritorna nelle barzellette di molti paesi è quello che le donne bionde abbiano un quoziente intellettivo inferiore alle altre, insomma, la bionda è bella e attraente, ma viene descritta come una scialba ochetta stupida che sopravvive solo grazie alle sue prorompenti doti fisiche. In realtà non esiste alcuna prova scientifica che dimostri che i capelli biondi si accompagnano ad una scarsa intelligenza ma possiamo affermare con certezza che questo stereotipo ce lo ha regalato il cinema americano degli anni ’50, vi ricordate la mitica Marilyn Monroe?  E si è consolidato negli anni ’60 con la nascita dell’intramontabile Barbie.

Parlando di stereotipi però non si può non citarne uno di tipicamente italiano, ossia quello dei Carabinieri, bersaglio prediletto d’infinite storielle e barzellette, ma è vero che i Carabinieri sono tutti così sciocchi?

“Appuntato, secondo lei, perché l’aria del mattino è così fredda?”
“Marescià, non saprei: forse perché è stata fuori tutta la notte?... “

Insomma, qual è il “movente” che spinge a prendere di mira i Carabinieri?

Intanto dobbiamo dire che molti anni fa i metodi di reclutamento erano diversi dagli attuali, entrare nella “Benemerita” oggi non è per nulla semplice e si devono affrontare molti test non solo fisici ma anche psicologici e di cultura generale; una volta invece arruolarsi era decisamente più semplice  ed in particolare nel sud Italia, entrare nell’Arma equivaleva per un ragazzo ad una via sicura per avere un buon lavoro ed uno stipendio sicuro. Naturalmente finivano così per entrare nei Carabinieri anche molti giovanotti che provenivano da famiglie povere e semplici, il cui livello d’istruzione era decisamente basso.
Se ci aggiungiamo poi che molto spesso questi ragazzotti venivano trasferiti per lavoro al Nord, ossia scaraventati in un mondo completamente diverso da quello a cui erano abituati, potete sicuramente capire da soli da dove sono nate tali barzellette.
Certo prendere in giro l’autorità e il potere (come nelle barzellette sui politici) è sicuramente un’altra forte motivazione, ma dicendo questo dobbiamo naturalmente sottolineare che le barzellette su Polizia e militari sono infinitamente meno frequenti di quelle sui mitici Carabinieri.

A mio parere storielle umoristiche e barzellette sono una fonte preziosa anche per dare un’idea ad uno studente della società italiana, certo, il tutto in modo distorto e mai da prendere alla lettera, ma si impara sicuramente a conoscere molti personaggi noti al pubblico del Bel Paese. 

Un esempio? Beh…le barzellette che prendono di mira veline e calciatori!
Uno dei bomber più punzecchiato è il simpatico capitano della Roma, Francesco
Totti, simpatico va scritto veramente in neretto e sottolineato perché è stato così umile, spiritoso e autoironico da raccogliere tutte le barzellette che giravano sul suo conto in alcuni libri.

Ma la barzelletta a livello linguistico può essere definita anche come un esame di laurea, è uno specchietto tornasole inequivocabile che ci fa capire quanto siamo veramente bravi in una lingua straniera…capire una barzelletta, cogliere un gioco di parole o una sfumatura, rendersi conto di come il cambio di tempo o modo linguistico influenzi una storia, tutte queste sono sicuramente “prestazioni da ottimo atleta linguistico”.

È da ciò è nata l’idea di mettere alla prova, ma anche di stimolare in modo divertente, i miei studenti, proponendogli le più classiche barzellette italiane unite ad una piccola “pillola grammaticale”.
Per ridere, per ripassare, per capire meglio questa meravigliosa lingua che è l’italiano.

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