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Da, dà e da'. Grammatica italiana in pillole - Errori comuni.

Da, Dà o Da’💓🇮🇹💓
🔦Dipende!🔦
Sono tre omonimi che nel linguaggio scritto vengono distinti grazie all’uso di un accento e di un apostrofo. Gli omonimi sono parole che hanno la stessa forma ma significati diversi, in virtù della diversa etimologia, cioè una diversa origine.
Da senza alcun altro segno grafico rappresenta la preposizione semplice. Il treno in arrivo da Venezia è in partenza dal binario due.
Vivo a Vicenza da due anni.
Verrò da te questa sera, aspettami! Da’, con apostrofo, è la seconda persona dell’imperativo del verbo dare (troncamento di dai tu)
Da’ una mano a tua madre o vedi cosa ti succede.
Da’ una seconda possibilità a chi ha sbagliato una sola volta! NB. Al posto della forma Da’ col troncamento è corretto usare anche la forma DAI!
L’apostrofo, infatti, ci indica che è caduta, ossia è stata troncata, la vocale finale della parola. Dà, con l’accento grave, è la terza persona dell’indicativo presente del verbo dare.
Se non me la dà lui una mano, chi me la dà?
Quella non t…

Gatto in salmì


Me ne dia uno cicciotto, peloso e anche molto felino!


Esistono ricette politicamente scorrette?
Le abitudini alimentari si sa cambiano da paese a paese, i vegetariani inorridiscono a pensare di mangiare carne e da bravi italiani ci sono moltissimi cibi che non ci sogneremmo mai di toccare, pensate a scarafaggi, uova centenarie, vermi, pesci marci o frutti puzzolenti.
D’altra parte ci sono cibi che per molti di noi sono normalissimi e che invece dall'altra parte del mondo suscitano ribrezzo o religiosa costernazione, mettete un indiano di fronte ad una bella bistecca di vacca o un osservante mussulmano di fronte ad una scaloppina di maiale, faranno di tutto fuorché leccarsi i baffi!

Ma non sono solo differenze geografiche quelle che segnano il confine tra “mangiabile” o no, dobbiamo anche pensare in linea temporale a tutti quei cibi che per i nostri nonni erano succulenti e normalissimi e che oggi invece sono proibiti dalla legge e dal sentire comune.

Sì perché oggi, voi, un gatto non ve lo mangereste mai, ma in tempi non proprio lontani era semplicemente una ricetta come un’altra e in fin dei conti vien da chiedersi cos’ha un coniglio di meno di un gatto?

Comunque, intendiamoci bene il presente articolo non vuole incitare a mettere in pentola nessun felino (cosa che comunque purtroppo alla chetichella avviene ancora oggi), ma ricordarvi con un “brivido nel piatto” che ci sono antiche ricette dimenticate che fanno comunque parte della nostra cultura e tradizione culinaria.

Mettiamo bene in chiaro che cucinare animali da compagnia è proibito dalla legge italiana e anche scriverne a quanto pare non porta molta fortuna…

ne sa qualcosa l’autore di un simpatico libro di ricette antiche Tebaldo Lorini, che nel suo “Ricette Proibite” presenta diversi modi sui generis per cucinare come le nonne di una volta: cicogna arrosto, volpe alla brace, spezzatino di tasso, porcospino al sugo, ragù di corvo e
cigno con le arance. Il poverino è stato “raso al suolo” da animalisti inviperiti e da tutto quel branco di ben pensanti che probabilmente non riconosce la differenza tra consigliare di fare qualcosa e parlare di “storia della cucina italiana”!

Da buona vicentina e i vicentini hanno la fama di essere dei veri “Magna gatti= Mangia gatti”, non posso esimermi dal dirvi che…..(suspance), ESISTONO RICETTE ANCHE COL GATTO!

Una volta ci si andava molto meno per il sottile con gli animali e in tempo di guerra la fame era fame e così si racconta che anche i nostri pelosi amichetti felini fossero un piatto all’ordine del giorno, quando si lasciavano brincare;  la prima ricetta con carne di gatto risalirebbe addirittura al 1525 ad opera di un certo Ruperto da Nola.

Senza girarci troppo intorno vi dico che personalmente non ho ancora mai provato la carne di gatto, ma ho conosciuto diverse persone che dicono di averla assaggiata e ne paragonano il gusto a quella del coniglio.
Ora per non scandalizzarvi troppo la ricetta che segue vede come “vittima” il coniglio, ma va da sé che vista la somiglianza tra le carni ci si può immaginare che le “nonne di una volta”, mettessero in pentola in modi simili, anche i felini randagi che trovavano in giro.
La mia vecchia bis-nonna Caterina, questo lo so per sicuro, lo faceva!

Ricetta del “coniglio” arrosto (per 4 persone).
Ingredienti: 1 coniglio giovane e ben nutrito (2-3 kg), 1 bicchiere di vino bianco fermo, olio, rosmarino, aceto, sale e pepe quanto basta, brodo vegetale, grappa.
Mettere il coniglio a bagno in un pentolone con acqua, aceto e alloro, per una nottata.
 In una pentola di terracotta preparare aglio, rosmarino, olio, sale e pepe; quando l’olio comincia a friggere unire la carne ed il vino e cuocere il tutto per circa 4 ore a fuoco lento. Porre attenzione che la carne non si secchi troppo aggiungendo altro vino o brodo vegetale. Verso fine cottura, alzare la fiamma per ottenere una perfetta doratura e sfumare con mezzo bicchierino di grappa.
Ricetta di nonna Caterina.

Una ricetta simile la potete trovare anche in un libro di tradizione culinaria vicentina dell’Accademia Olimpica, un prestigioso ente culturale vicentino; il volume "L'alimentazione nella tradizione vicentina", è una pubblicazione storica curata dal professor Terenzio Sartore, vicentino d’hoc, che tra l’altro racconta riguardo al famoso "Gatto in tecia": 

 "Ogni tanto nelle nostre case, per non venir meno alla tradizione che ci vuole magnagati, si mangiava il gatto. A volte come sostitutivo del coniglio, ma più spesso per fare uno scherzo a qualcuno. Si invitava a una cena - si diceva - di coniglio un gruppo di amici tra i quali ci fosse qualche schizzinoso, qualcuno che aveva giurato che mai avrebbe mangiato gatto in vita sua. Per fargli vincere il sospetto che si trattasse di un gatto si faceva in modo che uno del gruppo, suo intimo amico, lo assicurasse di aver presonalmente seguito la preparazione del presunto coniglio. A fine cena si faceva apparire, tra i miagolii, la pelle impagliata del gatto cucinato, suscitando il disappunto, e spesso le reazioni, anche viscerali, del gabbato.
In realtà, se cucinata bene, la carne di gatto non differisce gran che da quella di coniglio ed è, anzi, meno filosa.
Il gatto di solito si mangia nel periodo invernale. Dopo averlo ucciso, avergli levato pelle, testa e viscere, lo si mette a infrolire per alcuni giorni sotto la neve, oppure in acqua e aceto per due giorni. Dopo averlo tagliato a pezzi loo si pone poi in un tegame per cavarghe l'acqua (asciugarlo), a volte con aglio, salvia, rosmarino, sale e pepe (in alternativa alcuni lo mettevano per una notte nel vino con carote, sedano, aglio, alloro, sale e pepe). Levati gli ingredienti, i pezzi di carne sono fatti rosolare con olio e burro e, a volontà, con un po'di cipolla, aglio e prezzemolo. Si cuoce per circa due ore aggiungendo un po' alla volta un brodo di cottura filtrato, che è stato preparato a parte, facendo bollire mezzo litro di vino bianco con mezzo limone, alloro, salvia, chiodi di garofano, cannella, pepe, sale. Il recipiente non va mai coperto.”
Tratto da "L'Alimentazione nella tradizione vicentina" a cura del Gruppo di ricerca sulla civiltà rurale, Vicenza, 1999

Mi raccomando non provateci mai, neanche se le bestiole in questione non vi stanno troppo simpatiche e prendete le informazioni che ho voluto darvi con un sornione “Buono a sapersi”.

La storia è storia…anche quando è culinaria!


Commenti

  1. Scusa non posso trattenermi... Vicentino *Doc

    Comunque resta un articolo molto interessante :)

    RispondiElimina

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